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"C'era una volta un Re"

versione integrale

Testo di Andrea Fluttero contributi e memorie tratte da:
interviste e ricordi di parenti dei Trumlin,
ricerca di Gian Albino Testa
"Lettera di un industriale ai dipendenti"
pubblicata su rivista di storia contemporanea
n. 3/1985 Loescher Editore

 

Immagine storica di Chivasso di un traghetto sul Po

Quando si parla di storia in genere si intende lo studio dei fatti e degli episodi più importanti che hanno segnato lo scorrere dei secoli di un regno, uno stato o una città.
Certo la storia è un campo di indagine ed analisi senza fine, infatti anche per le parti più conosciute e studiate non viene mai meno la possibilità di fare nuove scoperte, di dare nuove interpretazioni.
D'altra parte studiare la storia ci aiuta a capire meglio l'uomo e la sua natura e magari a trarre insegnamenti per imparare a costruire modelli di società e di convivenza che ci consentano di evitare errori già compiuti nel passato.

Anche il caso della storia di Chivasso presenta queste caratteristiche, molte sono state le ricerce, gli studi e le pubblicazioni e molte ci auguriamo potranno ancora essere.
Per parlare oggi della storia della nostra città avrei quindi potuto far riferimento al tanto materiale di studio e di ricerca prodotto, parlando dell'indeterminatezza del periodo della sua nascita, delle ipotesi sulla presenza del Menhir di epoca pre romana che fa bella mostra di se di fronte al Politeama, delle perplessità sulla esistenza di un qualche insediamento in epoca romana, delle diverse interpretazioni sull'origine del nome, luogo "chiave" del territorio, "chiavi" simbolo di San Pietro e patrono dei pescatori e della prima chiesa parrocchiale eretta nel Borgo San Pietro oppure derivante dall'aggettivo tardo latino "clivaceus "luogo fronteggiante il clivio, la collina".

Avrei potuto parlare dei ducati dei Longobardi e delle successive marche Franche oppure ricordare che il primo documento in cui compare Chivasso è il diploma con il quale Ottone III il 7 maggio del 999 conferma al Vescovo di Vercelli Leone una serie di possessi, tra i quali figura "aquam Padi a portu Clevasi cum utrisque rippis" ossia "l'acqua del Po dal porto di Chivasso con entrambe le rive".
Seguendo il filo della storia ufficiale non avrei potuto dimenticare, tra i tanti documenti che certificavano i passaggi di proprietà e di influenza politico amministrativa quello attraverso il quale il 26 gennaio 1159 Federico Barbarossa attribuiva al Vescovo di Torino le corti di Chivasso e Castagneto entrambi "cum castello et districto".

Che dire poi dell'atto con cui il 5 ottobre 1164 Federico I conferma Chivasso tra i possessi di Guglielmo marchese di Monferrato. Da quel momento e per quasi tre secoli Chivasso assumerà sempre maggiore importanza commerciale e strategica ed insieme a molti centri della zona sarà parte importante del Marchesato del Monferrato, diventandone la capitale. Fino al 1435 quando passerà ai Savoia in seguito al trattato di Thonon.

Potremmo parlare degli innumerevoli assedi e saccheggi, come quello dell'estate del 1515 ad opera degli svizzeri del Cardinale Matteo Schinner in occasione del quale la Città venne data alle fiamme e gli archivi comunali andarono distrutti.

Anche le pestilenza hanno purtroppo segnato la storia della nostra città, decimandone spesso gli abitanti, i documenti ricordano quelle del 1345, che falcidiò i due terzi della popolazione, quelle del 1450, 1473, 1479, 1564 e 1621, anno nel quale sorse per la prima volta un lazzaretto alle porte della città.
Per quanto riguarda i danni alluvionali poi, credo si trattasse di una situazione talmente e tristemente ordinaria e ricorrente che si farebbe forse prima ad elencare gli anni trascorsi senza allagamenti e danneggiamenti alle povere case, ai porti ed alle strutture situate in zone a rischio.

Nella grande storia non avremmo potuto poi ignorare la straordinaria figura del Beato Angelo Carletti con la sua Summa Angelica, un manuale di morale applicata diventato per un paio di secoli un vero e proprio best seller a livello europeo e di Jacobino Suigo che proprio con la Summa del Carletti diede alla stampa nella nostra Città uno dei primi incunaboli con la tecnica del tedesco Gutembergh.
Perché, le botteghe d'arte dei pittori Spanzotti, e Defendente Ferrari o degli orafi De Curte operanti nella nostra Città nel XV secolo e le cui opere sono esposte nei più importanti musei europei non meriterebbero forse di essere raccontate?

O vogliamo forse dire che l'assedio dell'estate del 1705 ad opera dei Francesi del generale Vandome, nel quale la Città fu quasi interamente distrutta da ininterrotti cannoneggiamenti durati quasi 40 giorni non ebbe un'importanza straordinaria nel rallentare le truppe francesi nel loro avvicinamento a Torino, consentendo cosi alla Capitale sabauda di preparare al meglio le difese che le consentirono di resistere vittoriosamente nel successivo 1706?

Non saremmo anche un po' curiosi di sapere cosa successe durante la rivoluzione francese e nel successivo periodo napoleonico? L'albero della libertà fu mai piantato a Chivasso, magari nella piazza centrale, come avvenne in molti paesi del canavese?

Di questo e di molto altro potremmo dire se volessimo parlare di grande storia, di storia con la S maiuscola, quella che ha l'onore di finire sui libri e che quindi si tramanda con maggiore facilità.

Ma stasera voglio parlarvi di storia che difficilmente si trova sui libri, storia che nessuno scrive, che si tramanda nei racconti dei nonni e che poco alla volta si perde, ma storia importante perché storia della comunità, delle difficoltà di tutti i giorni, delle famiglie con i loro momenti felici e con i loro drammi spesso attenuati nei racconti ai nipoti.
Storie che si intrecciano solo alle volte con la grande storia e che rappresentano invece la vita più autentica e profonda della comunità.

Proprio perché nessuno la scrive e ci si deve basare su ricordi e racconti non possiamo andare molto indietro nel tempo, ci fermeremo quindi tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, fino a dove i ricordi

dei nostri nonni, allora bambini cominciano a sbiadire e a confondere la realtà con le storie raccontate ai più piccoli.

Parleremo di due famiglie, i Gallo ed i Borca, detti Trumlin, industriali gli uni, pescatori gli altri, come avremmo potuto parlare di tante altre, per raccontare alcuni pezzetti della loro storia, che impastata con quella di tanti altri, con la fortuna e la mala sorte, con la capacità e le debolezze di ognuno dà origine a quella cosa sempre mutevole e ricca di sfaccettature e contraddizioni che è la vita di una comunità.

Lo sviluppo delle ferrovie nel corso dell'800 fa sì che Chivasso assuma importanza come centro nodale per le comunicazioni, permettendo così la ripresa del suo mercato dopo la tremenda crisi agricola di fine '700. A nord della Città le pregiate aree agricole erano in mano a non più di una decina di proprietà, mentre i terreni alluvionali vicini al Po e quelli collinari erano gestiti da un centinaio di piccoli cascinali a basso reddito agricolo.
Le grandi opere del periodo, dal canale Cavour alle strade ed alle ferrovie impegnarono nei cantieri molte maestranze facendo aumentare la popolazione dal 1861 al 1881 di 1.283 abitanti (da 8.647 a 9.930 abitanti).
L'1% della popolazione possedeva gran parte della terra, dando lavoro a più di 1.100 contadini ( il 15% della popolazione) mentre i coltivatori di terreni propri non raggiungono il 10%. Altissimo il numero dei servitori (5%) e dei lavoratori a giornata (24%) utilizzati soprattutto per i lavori stagionali.

I Gallo erano originari di Savigliano e dopo un periodo di attività commerciale nel settore tessile a Torino si erano trasferiti a Biella dove Giovan Battista Gallo aveva intrapreso un'attività industriale di produzione di cappelli.
L'attività industriale di Giovan Battista procede tra molte difficoltà fino a dover chiudere la fabbrica nel 1886 per i non più sopportabili problemi finanziari ed i figli maggiori sono costretti al lavoro dipendente nei maglifici del biellese, così da poter saldare, tra molte ristrettezze economiche, il debito residuo ed onorare il buon nome del padre mancato nel 1902.

L'esperienza di lavoro come magazziniere nel biellese e quella di rappresentante per l'estero in Germania presso la ditta tessile Kramer e Loepl, come consuetudine allora pagata dalla famiglia, consentono al più intraprendente dei fratelli, Emilio, di acquisire una formazione imprenditoriale che favoriranno l'inizio della sua attività industriale nel settore tessile nel 1902 in società con lo zio Giuseppe Squindo, già proprietario di una fonderia di ghisa a Ivrea.

I buoni matrimoni, favoriti probabilmente dalla mamma, Giuseppina Venisio, figlia di un illustre medico di Piossasco, aiutarono sicuramente i fratelli Gallo ed in particolare Emilio ad inserirsi nell'ambiente imprenditoriale biellese e le amicizie nate e rinsaldate dalla passione per le ascensioni alpine con esponenti di famiglie influenti quali Sella, Gualino, Thedy e Menabrea fecero il resto.

Infatti già sette anni dopo, nel 1909, l'azienda avviata con lo zio Squindo contava 200 operai ed Emilio Gallo si trovava nella necessità di trovare una nuova localizzazione per ampliare ed ammodernare i suoi impianti.
Dopo aver tentato di trovare un posto a Torino, dove però tutta l'energia idraulica derivata dalla Dora Riparia era già impegnata per gli opifici già attivi, la scelta cadde su Chivasso anche per alcune facilitazioni offerte dal Comune per incentivare gli insediamenti industriali ancora scarsi nonostante la buona presenza di strade e ferrovie.

Chivasso nel 1890 conta solo una decina di imprese a conduzione famigliare a causa della mancanza di forza motrice idraulica, l'unico salto d'acqua disponibile in zona è quello di Caluso,

già utilizzato da un impianto idroelettrico che fornisce però tutta l'energia all'illuminazione civica di diversi comuni.
Nel 1910 la società Alta Italia impianta a Chivasso una cabina di traformazione dell'energia proveniente da Torino, dando il via definitivamente alla storia industriale della nostra Città e sarà proprio il costruendo stabilimento del maglificio Gallo ad usufruire per primo della nuova situazione.

Le industrie sono concepite dagli amministratori comunali e dal gruppo dirigente della Città, formato da commercianti, proprietari terrieri e professionisti come un sistema sussidiario ed integrativo al reddito agricolo, come mezzo per assorbire parte delle eccedenze della manodopera in agricoltura.

Cosa fa la famiglia dei Borca pardon Trumlin in questi anni ed in questo contesto?

Le notizie sono, per ovvi motivi, molto meno precise e dettagliate di quelle disponibili sui Gallo che essendo imprenditori potevano contare su di un buon livello di istruzione, tenevano contabilità, conservavano documenti notarili e convenzioni attinenti alle loro attività. Nel caso dei Trumlin ci basiamo sulla memoria e sul racconto orale raccolto dai nonni e dai numerosi zii.

E' probabile che un certo Borca Bartolomeo, da cui il diminutivo Trumlin, originario della collina castagnetese gestisse prima del 1858, data della costruzione del vecchio ponte sul Po di Chivasso il servizio di traghetto grazie ad una concessione governativa, con tanto di orari e tariffe, molto spesso pagate in natura, con prodotti della terra che i contadini della collina portavano al mercato della nostra Città.

Di questo Trumlin in famiglia si ricordano alcuni episodi, ad esempio quando due carabinieri si recarono al traghetto cercando informazioni su alcuni ricercati dalla giustizia che potevano aver traghettato. Alle insistenze dei due il Trumlin non seppe o non volle fornire notizie sostenendo che il suo mestiere era fare il traghettatore e non la spia. La discussione degenerò e i due carabinieri finirono in acqua ed il Trumlin al fresco... arrestato.
Il giorno dopo i parenti disperati si rivolsero ad un'autorità del luogo ( forse il marchese Thaon di Revel) per chiedere di intercedere per la sua scarcerazione.

Come anche si narra che sempre il buon Trumlin nel cuore della notte avesse traghettato un importante personaggio torinese in missione segreta e da questo avesse ricevuto a compenso la prima moneta d'oro mai entrata fino ad allora in famiglia.
E che con quella moneta assieme ad altre risorse messe insieme con tanta difficoltà comprò il terreno sul quale si costruì il primo nucleo (tre stanze) della casa dei Trumlin successivamente più volte ampliata e ancora oggi presente in via Orti al fondo di viale Matteotti.

Forse prima di allora la famiglia di Trumlin abitava dalla parte collinare del Po in qualche struttura precaria. Sull'acquisto del terreno poi, girava voce che il ricco proprietario lo avesse venduto a Trumlin solo perché ne era diventato amico nei frequenti traghettamenti, e che si fosse fatto giurare che non lo avrebbe mai rivenduto ad un ricco chivassese che da anni glielo richiedeva e a cui lui non voleva assolutamente cederlo.

Questa situazione, certo di ristrettezze, ma di sostanziale stabilità data dal lavoro del traghetto venne interrotta bruscamente dalla realizzazione del ponte sul Po nel 1858. Il povero Trumlin con la famiglia da crescere e la scelta di trasferirsi a Chivasso ormai effettuata passò un periodo di grande preoccupazione per l'imminente prevedibile perdita del lavoro.

Da questa situazione sventurata, ma legata alla necessità del territorio di dotarsi di infrastrutture più moderne e funzionali, la famiglia ne uscì in qualche modo sfruttando le esperienze di esperti navigatori del Po acquisite negli anni, dapprima lavorando con le proprie barche a trasportare materiale per le imprese che realizzarono il ponte e quindi per quelle che costruirono il Canale Cavour.
Terminate queste opere iniziarono l'attività di pesca professionale affittando dal Demanio statale un tratto di Po. La pesca si svolgeva con le reti durante la notte, mentre di giorno ognuno svolgeva un'altra attività, negli orti o nei mestieri artigiani più diffusi.

Torniamo un po' a Emilio Gallo per trovarlo impegnato a far crescere a Chivasso la sua azienda, applicando gli insegnamenti di sobrietà e parsimonia ricevuti dalla madre e dallo zio, nonché socio Giuseppe Squindo.

Sentiamolo Squindo, quando dopo il 1911 non si occupa più direttamente dell'azienda e si trasferisce a Torino a vivere con le abbondanti rendite degli investimenti industriali, ma pur sempre arroccato nella sua mentalità di risparmiatore scrivere al nipote Emilio:
"Sono contento che ora puoi disporre del telefono da costì, ma io avrò sempre un guaio a disturbare il padrone di casa, sebbene non dica niente tuttavia credo che gli secchi, per cui salvo casi proprio eccezionali ti prego di non telefonare. La spesa per me di mettere un telefono in casa è troppo forte, vale a dire per l'abbonamento."

E il nipote Emilio non è da meno, si racconta infatti in famiglia che pur servendosi dai migliori negozi per i propri acquisti, discutesse sempre sul prezzo dei prodotti e giungesse a rimproverare il sarto per lo spreco di qualche pezzetto di stoffa della confezione di un vestito. Come anche, per risparmiare progettò da sé lo stabilimento, la palazzina uffici, il salone dormitorio delle operaie e la villa residenziale di Chivasso.
È comunque in quegli anni, dopo il 1914 e con il conflitto mondiale che Emilio trova la possibilità di guadagni remunerativi con le forniture militari ed inizia a penetrare lentamente nel tessuto della società locale, con un maggior impegno civile ed in opere di beneficenza. Questo nuovo atteggiamento favorisce incontri e conoscenze nel mondo politico, mediante Menotti Bergandi, sindaco dal 1906 al 1920 e promotore della linea ferroviaria Chivasso Asti, Emilio ottiene l'appoggio dei deputati Di Robilant, Goglio e Compans che gli saranno utili per più consistenti forniture militari.

Si giunge così al 1918 con l'uscita dalla società dello zio Squindo e l'ingresso del fratello Attilio in una nuova configurazione societaria che vede, dopo tanti anni dall'esperienza sfortunata del padre, nuovamente la famiglia Gallo piena proprietaria di un'attività industriale.

In questi anni le cose procedono davvero bene ed Emilio consolida ed amplia la sua posizione pubblica, entrando a far parte del consiglio direttivo della Lega industriale per l'Associazione industrie tessili diventando vicepresidente, impegnandosi personalmente in politica nella lista del Blocco, e finanziando la campagna elettorale del sindaco di Chivasso e dell'ing. Mazzini che diventerà deputato.
In questo modo Emilio esercita una certa influenza cercando di guidare ed indirizzare vari aspetti della vita sociale.
Significativa da questo punto di vista la lettura di un brano di una sua lettera all'on. Mazzini:
"Recentemente pochi ferrovieri si sono costituiti in società allo scopo di ottenere dal Comune una concessione di terreno a condizione di favore e dal Governo un sussidio per la costruzione di villini per ferrovieri. E fu scelto il terreno comunale prospiciente il mio stabilimento... io sono franco e Le dirò che questo fatto mi contraria particolarmente perché se avessi voluto veder sorgere delle case operaie in quel sito e case per capitecnici ma non villini per ferrovieri che costituiscono un focolaio di bolscevismo proprio alle porte del mio stabilimento".

Tra il 1920 ed il 1930 il maglificio si svilupperà ulteriormente arrivando ad occupare 400 operai e 40 impiegati a Chivasso, 130 operai nella succursale di Montanaro e 50 lavoranti a domicilio.

Torniamo un po' ai nostri Borca, ormai chiamati da tutti nei primi decenni del secolo con lo "stranom" di Trumlin, radicati a Chivasso e diventati una famiglia alquanto numerosa.
Dall'unione di Borca Luigi, figlio di Trumlin e Maria Actis Tessitore detta "di Gatinara" infatti sono nati ben otto figli: Clara detta "Magna Clarin" che resterà vedova giovane e con tre figli; Andrea, che lavora come uomo di fiducia presso la Distilleria Capella e fa il pescatore; Giuseppe, detto "Barba Pinot" che fa il ciabattino e con l'altro fratello Domenico detto "Barba Mini" ha bottega "al Burg" al Borgo Vercelli; Sebastiano, detto "Barba Bastian", pescatore ed ortolano e vedovo giovane, Bartolomeo, pescatore e scapolo detto "Barba Trumè"; Angela detta "Magna Angilina" che con il marito Michele detto "Chelu"aveva un'attività produzione di corde e Maria, la più giovane, che avrà poi un negozio di cappelli in via Torino.

Un "clan" numeroso che cresce rapidamente con i figli delle famiglie che i nostri otto, anzi sei dei nostri otto, mettono su a loro volta e caratterizzata dal fatto che tutti gli uomini ed i ragazzi svolgono l'attività di pescatori sul Po anche se sono impegnati in un secondo mestiere e che continua ad abitare, ampliandolo di tanto in tanto l'edificio realizzato sul terreno comprato dal vecchio Trumlin.

Attingendo dai ricordi tramandati cerchiamo di ricostruire un po' l'atmosfera di quegli anni e di tratteggiare qualche personaggio.
Le attività sul Po non erano limitate alla pesca, ma, sfruttando la disponibilità delle barche, la conoscenza del fiume e l'abilità accumulata si ampliavano a tutto quello che in qualche modo si poteva fare nel grande fiume.

I Trumlin tagliavano e vendevano la legna che cresceva sul "Gurin", l'isolotto che prima delle escavazioni degli anni '60 era situato a monte del ponte e che oggi riaffiora in periodi di secca, poi recuperavano tutta la legna che periodicamente le alluvioni portavano ad incagliarsi dalle nostre parti ed infine lavoravano alla manutenzione della presa del Canale Cavour.

Di fronte all'edificio di presa era installata una draga che periodicamente svuotava il fondo dalla sabbia e dal fango che si depositava, le barche dei Trumlin, in questo caso quelle più panciute, caricavano e portavano via il materiale prelevato.
Sempre per la società che gestiva il Canale spesso si doveva intervenire con riparazioni alla "ficca" ossia allo sbarramento semicircolare, oggi in cemento, ma allora in legno, che serve a deviare l'acqua del Po nel Canale Cavour e che periodicamente subiva danni dalle alluvioni.
Questo lavoro era considerato importante dai Trumlin perché mancando tutte le altre attività che svolgevano della mutua, cercavano di fare per il Canale un numero di ore sufficiente a far scattare un minimo di copertura mutualistica.

Già le altre attività... tra padri e figli si toccavano un po' tutte le attività artigiane e commerciali tipiche dell'epoca oltre alla produzione di ortaggi c'era chi faceva "la slè" o aveva "butega" commerciando in cuoio e articoli connessi, chi "al munusiè", chi "al pica peri o marmurin", chi faceva "al curdè". Tutti partecipavano alla vendita del pescato, alla costruzione e riparazione delle barche e delle reti necessarie all'attività.
Non dimentichiamo che in quell'epoca il cuoio, le corde ed il legno erano, con il ferro, i materili tecnologici su cui si basavano l'agricoltura e l'industria.

Uno dei personaggi che pare abbia lasciato più ricordi in quelli che allora erano bambini è sicuramente lo scapolo Barba Trumè, che ricordato già anziano, sedeva su un "taburet", una panchetta, nel cortile di quella casa di ringhiera così legata al Po da avereci la roggia con le barche dentro.
Un cortile piena di vita e di attività dove il Barba Trumè, un po' trasandato perché scapolo, con "l'bunet" in testa, seduto sul "taburet", e con a fianco l'immancabile scodella di vino da cui beveva quantità indefinite di vino, lanciava invettive a tutti quelli che gli passavano a tiro.
Si racconta che il Trumè comprasse la "branda" a damigiane dalla distilleria Capella approfittando del prezzo di favore che poteva ottenere dal fratello Andrea che in quell'azienda ci lavorava e, ma qui siamo alla mitologia, che nella "branda" ci facesse anche "la supa" con un po' di latte ed il pane a colazione.

"Sold fan sold, pioi fan pioi" soldi fanno soldi, pidocchi fanno pidocchi, si sentiva ripetere spesso dagli anziani. Una vita che tra mille difficoltà e ristrettezze economiche procedeva però tutto sommato in modo normale per la media dell'epoca, soldi ce n'erano pochi e si cercava di ricavare qualcosa di buono da tutto, era normale che i ragazzini aiutassero appena possibile la famiglia, saltando sulle barche fin da piccoli e crescendo con l'odore della "nita" e dei pesci del Po, del cuoio, del legno e della corda e non scandalizzava nessuno che con una latta andassero a raccogliere le "buse" che i cavalli lasciavano per strada per far concime agli orti.

Certo che chi restava vedovo giovane con i ragazzi da tirar su faticava più degli altri, come la Clarin, che aveva perso il Giovanni a trent'anni e era rimasta sola con tre bambini da allevare o il Bastian che era rimasto solo con cinque figli da crescere. Il clan aveva una sua funzione di sostegno in questi casi, la Clarin ad esempio che sposandosi era andata ad abitare al Burg, rimasta vedova era ritornata nella casa di via Orti e tutti le davano una mano.

Alle volte, nella storia di una famiglia, fortuna e sfortuna si distribuiscono davvero in modo ingiusto, come nel caso di Bastian, che già vedovo perse il primo figlio, il "Saveri" a soli 28 anni per un incidente sul lavoro.
Il "Saveri" era un bel ragazzone robusto e ben piantato, come si dice da noi, e lavorava come "marmurin". Un giorno mentre stava prendendo delle misure nella casa d'angolo tra via Torino e piazza Carletti, forse a causa del vapore prodotto dai muratori che mantenevano viva la calce al piano di sotto non vide la mancanza del pavimento e precipitò rompendosi l'osso del collo.
L'ambulanza era una lettiga a mano che passò di corsa in via Torino andando verso l'ospedale davanti alla negozio di cappelli della zia Maria che per prima apprese della disgrazia e corse a casa a dare la tragica notizia.
Uno dei fratelli del Saveri l'abbiamo conosciuto in molti, era il Notu che ha fatto il marmurin nel laboratorio di via Momo fino a pochi anni fa.

Chissà se in quel caso anche i "trumlin"invocarono l'aiuto della "Santina Minchin d'an Val" che in quegli anni godeva in tutto il chivassese di grandissima devozione ed era in odore di santità per i fatti miracolosi che le erano attribuiti.
La "santina" era Domenica Actis Alesina di Vallo e all'età di 18 anni era stata colpita da una misteriosa malattia che la costrinse a letto tra molte sofferenze fino all'età di 43 anni, nel 1917 quando morì.
La devozione popolare era veramente molto forte tra la gente e finchè la "Santina Minchin d'an Val" fu viva molte persone afflitte da malattie, lutti e disgrazie andavano a piedi da molte parti del chivassese ad incontrarla e a chiedere il suo aiuto.
Alla sua morte molti la volevano Beata, ma a questo mondo anche per questo ci voglion soldi e si vede che la Santina aveva aiutato solo gente povera o qualche ricco smemorato e così...oggi pochi sanno chi fosse.

 





Abbiamo parlato di lavoro a casa Trumlin, vediamo come l'argomento era vissuto nell'opificio del nostro Emilio Gallo.
Come abbiamo detto prima tra il 20 ed il 30 il maglificio Gallo aumenta le proprie dimensioni fino a raggiungere i 400 operai ed i 40 impiegati a Chivasso oltre ai 130 addetti della succursale di Montanaro e ad una cinquantina di lavoranti a domicilio.
Gran parte del personale non specializzato impiegato nelle industrie tessili di quel periodo è femminile, assunto in prevalenza nel periodo dell'adolescenza o nei primi anni del matrimonio, dopo i 25 anni, con la presenza della prole molte donne tornano all'attività domestica.
Per l'impianto di Chivasso Emilio Gallo trova difficoltà a reperire in loco maestranze abituate al lavoro in fabbrica, vista l'assenza in città di tradizioni di tessitura domestica e di manifattura industriale.

Così, oltre al personale reperito in città Gallo si rivolge ai comuni del circondario, sia tramite inserzioni sui giornali che tramite segnalazioni di persone di fiducia.
Un altro problema, oltre a quello della mancanza di esperienza, è quello della mobilità legata alla difficoltà di accettare i ritmi della fabbrica e alla necessità di aiutare la famiglia impegnata nei lavori agricoli in certi periodi dell'anno come il taglio del grano e la vendemmia.
Grazie ai grafici realizzati dal Gallo per tenere sotto controllo la mobilità del personale possiamo vedere le provenienze delle operaie impiegate in quegli anni. 64% da Chivasso e borgate, 30% dalla pianura verso Torino e vercellese, 6% dalle zone collinari.
.
Il reclutamento delle giovani avvieniva spesso tramite lettere di persone influenti che erano una garanzia per la famiglia che acconsentiva volentieri che la figlia in giovane età lavorasse fuori casa.

Gallo scrive all'insegnate di Azeglio:
"La ringrazio per la sua cortese premura per quanto la ragazzina di 12 anni sia un po' giovane, pure accetteremmo madre e figlia che ella gentilmente ci propone, anche nell'intento di incominciare a far conoscere la fabbrica a persone di Azeglio ed attirarci possibilmente in avvenire un buon numero di operaie. Anche per il figlio di 14 anni troveremo un modo di occuparlo, ma allora non potremmo provvedere noi per l'alloggio perché il dormitorio interno gratuito è assolutamente riservato alle donne".

L'operaia assunta in fabbrica deve fare 12 giorni di apprendistato gratuito, per il principio secondo cui chi impara un mestiere non deve essere pagato. Spesso le ragazze, soprattutto dalle campagne vengono in gruppo e l'imprenditore offre loro vitto ed alloggio in un dormitorio comune. Gallo cerca di creare un ambiente che sostituisca quello famigliare, con un convitto caratterizzato da una disciplina rigida e obbligo di pulizia dei locali, mentre molte ragazze cercano invece nel lavoro la possibilità del distacco dal nucleo famigliare e l'inizio di una vita indipendente.
I contrasti tra il Gallo e le operaie vertono infatti spesso sulla richiesta di avere un alloggio proprio, e sul rifiuto di eseguire i lavori di pulizia nel dormitorio e testimoniano il loro desiderio di allentare i legami con la famiglia di origine non accettando il controllo dell'imprenditore in sostituzione di quello dei genitori.

Il rapporto tra l'imprenditore e le operaie è molto paternalistico e risente della contraddizione implicita nella proposta di fabbrica - famiglia. Il comportamento a dire dell'imprenditore sconveniente viene puntualmente segnalato alla famiglia. Scrive Gallo al signor Francesca di Crescentino, padre di una operaia:
"Ci facciamo premura avvisarvi che abbiamo dato sabato scorso a vostra figlia il permesso di recarsi a casa per passare le feste di carnevale coll'intesa che sarebbe tornata al lavoro questa mattina. La ragazza infatti stamattina c'era in fabbrica, ma abbiamo saputo che invece di essere a Crescentino nelle sere passate essa si trovava a Chivasso. La stessa dice poi che aveva il vostro
permesso... Desideriamo sapere in ogni modo se proprio sapevate che si trovava a Chivasso, fuori dello stabilimento.
"

E ancora ad un altro genitore di Ticineto Po:
"Essendo questo contrario non solo al nostro regolamento, ma alle buone usanze di una ragazza per bene, noi vi avvisiamo del fatto e vi invitiamo a dare un severo rimprovero a vostra figlia. Vogliamo sapere se siete contento che essa continui a dormire nello stabilimento con l'intesa che per l'avvenire non si ripeta più la disubbidienza accennata. Se per il giorno 9 non avremo alcuna risposta saremo costretti a non dare più da dormire alla ragazza, sia per punizione sia perché vogliamo che al dormitorio abbiano diritto solamente le nostre operaie che hanno un giusto senso dei buoni principi."

Con gli anni '20 viene abbandonato l'approccio paternalistico, il 19 giugno 1919 infatti viene firmato il primo concordato di lavoro tra Gallo ed il sindacato delle Arti Tessili di Torino. Tra le norme previste c'erano le otto ore lavorative, nuove disposizioni sul cottimo e gli straordinari, regole per l'apprendistato, i livelli salariali, il divieto di lavoro a domicilio e l'istituzione delle commissioni interne. Le questioni di lavoro che un tempo erano trattate singolarmente, sono ora mediate dalla rappresentanza della commissione interna.

Da quel momento Emilio Gallo passa le consegne della gestione diretta dell'azienda al fratello Attilio, quasi a voler significare il suo non più riconoscersi nel modello di imprenditore padre di famiglia, modello e guida dei suoi operai.
Emilio Gallo morirà nel 1945 e Attilo, morendo nel 1939 lascerà al figlio Emilio il compito di proseguire la gestione dell'azienda familiare che fino all'avvento della Lancia negli anni '60 resterà l'azienda con il maggior numero di occupati presente in città.

E intanto i Trumlin pescavano sul Po, ma i Borca non erano i soli a fare pesca professionale, a Verolengo c'erano i Bastianin, a Chivasso, nel tratto del Po dal Canale in giù i Fluttero e a Brandizzo i Guia. I Trumlin avevano la licenza demaniale dallo sbarramento del Canale in su, verso Brandizzo.

La pesca si effettuava di notte, tra le undici di sera e le tre o quattro del mattino e dopo qualche ora si era pronti per tornare all'altro lavoro. Di fatto non c'erano stagioni nelle quali si dovesse sospendere l'attività, a parte i periodi alluvionali, nei quali non si poteva uscire in barca.
I Trumlin sapevano costruire le barche che erano strette e lunghe con il fondo piatto, per la pesca e più laghe e panciute per il trasporto come quelle diffuse su tutto il Po piemontese e che nella nostra zona erano chiamate "bricel".

Le reti erano realizzate a mano nei mesi invernali quando anche si provvedeva alla manutenzione delle barche e delle altre attrezzature.
La pesca di norma si effettuava utilizzando due barche dalle quali si calava e distendeva la rete in un determinato tratto di fiume, poi si batteva sull'acqua con i remi per spaventare i pesci indirizzarli verso la rete e quindi si provvedeva al suo recupero, con la speranza di imbattersi sempre in qualche pesce pregiato e ben vendibile.

Il pescato, scaricato e sistemato in ceste di primo mattino veniva portato al mercato di Chivasso, ai ristoranti e alle trattorie del posto, oppure al mercato di Porta Palazzo a Torino tramite il tramway che da piazza della Repubblica, allora piazza Vittorio Emanuele, partiva verso la collina per arrivare fino al centro di Torino.

D'estate i pesci "s'angiasau", ossia per mantenerli freschi e vendibili si compravano i blocchi di ghiaccio nella fabbrica nei pressi della stazione ferroviaria per poi frantumarlo e distribuirlo nelle ceste con il pescato messo in bella mostra.

Oltre alle reti, utilizzate normalmente, ogni occasione ed ogni sistema era buono per i Trumlin per catturare pesci, come quando una volta all'anno il Canale Cavour veniva prosciugato per manutenzione e pagando un diritto al demanio si andavano a recuperare a mano grandi quantità di pesce in una spanna d'acqua o come quando con la "trubia" o il "trubiot" si andava per fossi e lanche.

La "trubia" era una sorta di guadino con il manico, realizzato con un arco di salice ed un sacco a rete che serviva a prendere pescetti allora numerosi nei fossi.
Quando l'Andrea andava a pesca con la "trubia" infilava dei lunghi stivali scuri di cuoio ingrassato, probabilmente non c'erano ancora quelli di gomma, e diceva ai nipoti che quelli erano "i stivai del magu". Questa cosa dava alla pesca con la trubia un non so che di misterioso che colpiva l'immaginazione dei ragazzi che ancora oggi ricordano questo particolare.

 

Una vita difficile, dura e faticosa, ma semplice e di grande e profondo contatto con la natura, con il Po che dava da vivere ma che alle volte allagava e distruggeva, con l'odore forte del pesce e della "nita" dei fondali, con la pioggia che bagnava fino alle ossa e con la nebbia che grigia di velluto ovattava e faceva perdere l'orientamento sull'acqua silenziosa di novembre, con la galaverna che a gennaio ricamava i rami dei sambur e d'le gasie.

Un mondo che non c'è più, come quello dell'opificio di Emilio Gallo, ma che mi piace ricordare perché ogni epoca ha i suoi problemi e le sue difficoltà, le sue storie ed i suoi personaggi.
Perché ogni comunità è figlia di quelle che l'hanno preceduta. Anche la nostra.

Un mondo che mi piace ricordare.
Perché da piccolo volevo una roggia nel giardino.
Perché mi piace l'odore della "nita" del Po.
Perché la magna Agnes, sorella di mia nonna, era operaia da Gallo.
Perché la Clarin era la nonna di mio padre.
Perché, come tanti di noi, voglio bene a questa nostra Città.

 

 

 

Testo di Andrea Fluttero

Contributi e memorie tratte da:

- Interviste e ricordi di parenti dei Trumlin
- Ricerca di Gian Albino Testa
"Lettere di un industriale ai dipendenti"
Pubblicata su: Rivista di storia contemporanea n.3/1985 Loescher Editore



 
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